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Template:Giornalismo La libertà di stampa nella Repubblica Italiana al momento della sua formalizzazione, il 18 giugno 1946, era stata progressivamente ripristinata in seguito alla caduta del regime fascista, il 25 luglio 1943. Durante tutta la durata della seconda guerra mondiale tuttavia, e nell'immediato dopoguerra venne sottoposta a vari limiti e condizioni, in parte derivate dalla legislazione che regolava la libertà di stampa nel Regno d'Italia. Nelle zone sottoposte al governo della Repubblica sociale italiana la libertà di stampa non esisteva, se non nei limiti di un ridotto frondismo fascista.

Legislazione precedente sulla libertà di stampa che condiziona quella attuale Modifica

Leggi sulla libertà di stampa provenienti dal Regno d'Italia Modifica

20px Per approfondire, vedi Libertà di stampa nel Regno d'Italia.

Molte delle leggi che regolano la libertà di stampa nella Repubblica Italiana provengono dalla riforma in senso liberale promulgata da Giovanni Giolitti nel 1912, che istituì anche il suffragio universale per tutti i cittadini di sesso maschile. Molte di queste leggi liberali vennero abrogate dal Governo Mussolini già durante i primi anni di governo (si pensi alle leggi "fascistissime" del 1926). Di particolare importanza poi l'approvazione del nuovo Codice penale del 1930, conosciuto anche come Codice Rocco dal nome del Ministro della Giustizia estensore, del Governo Mussolini nel Regno d'Italia, che imbrigliava e puniva la stampa dell'epoca (si pensi agli artt. 57 c.p.,303 c.p., 662 c.p., alcune delle quali abrogate solo di recente).

Il principale contenitore dei principi giuridici fondamentali e delle leggi ordinarie del Regno d'Italia era lo Statuto Albertino del Regno di Sardegna, legge fondante dell'Italia unitaria, dove giuristi e storici osservano una pesante influenza del dispotismo illuminato di derivazione francese.

« Art. 28. - La Stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi. Tuttavia le bibbie, i catechismi, i libri liturgici e di preghiere non potranno essere stampati senza il preventivo permesso del Vescovo. »

Nel 1876 a Milano, Eugenio Torelli Viollier, fonda il Corriere della Sera, giornale di centro "moderato" che nel 1906 diventa il primo giornale italiano per diffusione, con 150.000 copie. Dal 1866 veniva stampato il quotidiano Il Secolo (radicale), che storicamente si ritiene il primo vero giornale d'Italia, con schiere di cronisti per tutta l'Italia, distribuzione nazionale e buona qualità delle foto e impaginazioni, grazie alle risorse dell'editore Sonzogno.

Leggi ereditate dal regime fascista Modifica

20px Per approfondire, vedi Censura fascista.

Nel 1930 il Governo Mussolini promulga il codice penale elaborato dal ministro Alfredo Rocco, conosciuto come Codice Rocco. Questo codice, per altro tuttora in vigore, è stato modificato parzialmente in diverse occasioni, come nel 1945 e nel 1951[1], nel 1982, nel 1999, senza considerare i notevoli interventi della Corte costituzionale. Fino all'approvazione del nuovo Codice di procedura penale nel 1988, che introduce un sistema tendenzialmente accusatorio, nonché con la legge costituzionale di riforma dell'art. 111 Cost. che introduce il cosiddetto giusto processo nel nostro ordinamento, era ancora in vigore il codice di procedura penale Rocco, pur ampiamente modificato e novellato dal legislatore o dalla Corte Costituzionale. Con le riforme predette, si abolisce la filosofia persecutoria di base e molti articoli (ma non tutti: si pensi alla censura in materia cinematografica). Nonostante questo, molte norme di stampo fascista, che regolano questioni "minori" come la necessità di autorizzazione per la stampa, sono ancora in vigore, e vengono ignorati o interpretati in modo "addolcito" dalla maggior parte dei pubblici funzionari italiani. Per altro, la mancanza di un ammodernamento della normativa penale ed amministrativa italiana alle nuove tecnologie, costringe ad interpretazioni talvolta ampie, talvolta restrittive da parte della magistratura, con effetti deleteri e con conseguenze paradossali: le stesse norme portano ad una condanna o ad una assoluzione a seconda del giudice che le interpreta. Si pensi che nel 2008, in base ad una interpretazione "restrittiva" di articoli del codice penale, riguardanti l'obbligo di registrazione nel tribunale del proprio comune di residenza di ogni tipo di pubblicazione, che si è esteso anche a qualsiasi sito internet (quantunque non concepito per tale utilizzo) lo storico Carlo Ruta, perché gestore di website, viene condannato per "stampa clandestina". Paradossalmente, difficilmente sarebbero sanzionabili provider di siti hard o addirittura pedopornografici che abbiano la loro sede al di fuori del territorio della Repubblica (cfr. art. 5 c.p.).

Dalla liberazione alla Costituzione, l'art. 21 Modifica

Con la Liberazione di Roma nel 1944 da parte delle truppe angloamericane, esplodono una serie di fermenti politici che covavano sotto la cenere imposta dalla censura fascista, e ogni idea politica presente tra i patrioti della Resistenza si esprime sotto forma di giornali stampati in fogli ciclostilati che vengono distribuiti o passati di mano in mano per le città e le campagne. La Costituzione italiana nasce nel 1947, in un periodo di aperta dialettica e scontro tra gli schieramenti di destra e di sinistra, con la Chiesa cattolica che esercita pressioni per salvaguardare la morale ed il buon costume. L'articolo 21 della Costituzione Italiana si trova nella Parte I che regola i Diritti e Doveri dei Cittadini, al Titolo I sotto la voce "Rapporti Civili".

« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. »

(Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 21)

Motivazioni dei costituenti Modifica

Il particolare momento in cui ha operato la Costituente, all'uscita da un ventennio in cui la libertà era stata posposta, aveva spinto una larga maggioranza dei costituenti, con ampia intesa tra forze progressiste e moderate, ad individuare nella libertà di stampa uno dei cardini del nuovo stato democratico. Le uniche riserve erano state quelle di un controllo delle manifestazioni contrarie al buon costume.

La tendenza, però, prevalente era quella di considerare l'espressione solo in senso stretto come libertà di produrre, senza censura preventiva, solo testi a stampa.

L'art 21 e la libertà d'antennaModifica

Sulla base di questa visione restrittiva del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero una larga e trasversale parte delle forze politiche ha sempre trovato motivi per restringere la libertà di espressione, giustificando la presenza di un monopolio della Rai in campo radiotelevisivo, adducendo il motivo che le frequenze disponibili sull'etere sono un numero relativamente limitato.

A distanza di trent'anni dallo scontro tra le due opposte visioni affiora ora in modo chiaro che gli aspetti giuridici della questione furono, da una parte e dall'altra usati solo come pretesto per sostenere le proprie tesi. Con una spaccatura orizzontale dello schieramento politico i democristiani e i comunisti difesero ad oltranza il monopolio. Il Partito Repubblicano, tanto più piccolo dal punto di vista di presenza parlamentare, prese netta posizione a favore dei principi di libertà di trasmissione.

La chiave "giuridica" per ribaltare un rapporto politicamente squilibrato fu la possibilità di trasmissione televisiva via cavo, settore in cui la scarsità delle frequenze non era invocabile. Nel dibattito tenuto in occasione dei 35 anni di Telebiella, con un messaggio videoregistrato del ministro Paolo Gentiloni non ci sono state remore nell'ammettere che i sostenitori dell'applicazione liberal dell'articolo 21 avevano forzato la mano nel trovare un pretesto per sollevare la questione incidentale di costituzionalità, (la corte rileva una sostanziale identità tra le motivazioni di remissione e quelle della difesa), ma altrettanto le motivazioni politiche dei partiti "maggiori" appaiono veramente inconsistenti. Sulla questione un governo Andreotti fu costretto alle dimissioni dal ritiro dell'appoggio esterno repubblicano, da cui l'espressione: Giulio Andreotti è inciampato sul cavo di Telebiella.

Da allora Articolo 21 è diventata perciò una locuzione che raggruppa associazioni che sostengono un concetto molto più ampio dello stesso testo della Costituzione e che trovano il campo per una richiesta di un utilizzo delle nuove tecnologie più liberal.

L'art. 21 nella Svizzera italofonaModifica

Per un caso fortuito, l'articolo 21 della legge federale svizzera riguarda la libertà dell'arte. Poiché in nome di essa la legge svizzera sul diritto d'autore è molto più permissiva di quella italiana, (ad esempio per scaricare file musicali per scopi non commerciali) l'espressione articolo 21 ha assunto valenze liberal.

La condanna di Guareschi per vilipendioModifica

Giovannino Guareschi è stato il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Nel 1950 fu condannato con la condizionale a otto mesi di carcere nel processo per vilipendio al Capo dello Stato, Luigi Einaudi. Alcune vignette sul Candido avevano messo in risalto che Einaudi, sulle etichette del vino di sua produzione (un Nebbiolo), permetteva che venisse messa in evidenza la sua carica pubblica di "senatore". Guareschi non era l'autore materiale della vignetta (l'autore fu Carletto Manzoni), ma fu condannato in quanto direttore responsabile del periodico.

Nel 1954 poi Guareschi venne condannato per diffamazione su denuncia di Alcide De Gasperi Divenuta esecutiva la sentenza, alla pena fu accumulata anche la precedente condanna ricevuta nel 1950 per vilipendio al Capo dello Stato. Guareschi venne recluso nel carcere di San Francesco del Prato a Parma, dove rimase per 409 giorni, più altri sei mesi di libertà vigilata ottenuta per buona condotta. Sempre per coerenza, rifiutò in ogni momento di chiedere la grazia [2].

Esempi di condizionamento violento della libertà informativa nella Repubblica Italiana Modifica

Il caso Mauro de Mauro Modifica

Nel 1971 il giornalista napoletano Mauro de Mauro, dopo aver annunciato la scoperta di fatti e circostanze che avrebbero potuto sconvolgere la situazione politica italiana, scompare misteriosamente. Si specula sul fatto che stesse indagando su fatti riguardanti il Golpe Borghese oppure su di altri misteriosi eventi del periodo 1940-1971.

Il caso Giovanni Spampinato Modifica

Il 27 ottobre 1972 il giornalista venticinquenne Giovanni Spampinato, corrispondente del giornale L'Ora di Palermo e de l'Unità, venne ucciso con sei colpi di pistola. Il suo assassino, Roberto Campria, figlio dell'allora presidente del Tribunale di Ragusa, si costituisce immediatamente, confessando il delitto. Ma le indagini, condotte con la considerazione per il padre dell'autore del delitto, portano all'insabbiamento del processo in sede giudiziaria. Spampinato indagava all'epoca sull'uccisione di un facoltoso ingegnere-imprenditore, Angelo Tumino, avvenuta a Ragusa, in Sicilia, il 25 febbraio dello stesso anno e di cui il figlio del presidente del Tribunale era accusato.[3]

Il caso Mino Pecorelli Modifica

Nel 1979 il giornalista Mino Pecorelli, principale redattore della rivista OP (che si occupava di gossip politico, investigazione sociale e politica) annunciava di essere in possesso di materiale "scottante" su un personaggio politico dalle iniziali G.A., materiale che avrebbe potuto mettere fine alla carriera di questa influente persona. Pochi giorni dopo, il 20 marzo dello stesso anno, Pecorelli viene assassinato.

Il caso Mario Francese Modifica

Mario Francese è stato un giornalista italiano, assassinato dalla mafia a Palermo il 26 gennaio del 1979. Si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella. Nelle sue inchieste analizza profondamente l'organizzazione mafiosa, spaccature, famiglie e capi, specie i corleonesi legati a Luciano Liggio e Totò Riina.

Per l'assassinio sono stati condannati: Totò Riina, Leoluca Bagarella (esecutore materiale) ed altri. Le motivazioni della condanna sono state: «Il movente dell'omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70»

Indro Montanelli "gambizzato" Modifica

Nel 1977 il giornalista Indro Montanelli de Il Messaggero, del Corriere della Sera e Il Giornale, antifascista dopo il 1940, ma simpatizzante anarchico sin dal 1936, (allontanato per aver scritto un articolo "disfattista"), da molti ritenuto l'alfiere e capostipite del giornalismo italiano, viene gravemente ferito alle gambe da quattro proiettili ("gambizzato") da elementi appartenenti al gruppo terrorista di matrice comunista "Brigate Rosse", in quanto amico delle multinazionali.

Il caso Walter Tobagi Modifica

Nel 1980 il giornalista Walter Tobagi, che scriveva sul Corriere della Sera, ed in precedenza sul giornale cattolico Avvenire, venne trucidato dal gruppo terrorista di matrice comunista "Brigate Rosse".

Il caso Giuseppe Fava Modifica

Giuseppe Fava era un giornalista italiano, fondatore del giornale "I Siciliani". È stato ucciso a Catania nel gennaio 1984 dalla mafia.

«  Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo  »
(Pippo Fava. "Lo spirito di un giornale", articolo dell'11 ottobre 1981)
«  Per i miei racconti mi sono ispirato alle mie esperienze giornalistiche. Io ti chiedo scusa ma sono esterrefatto di fronte alle dichiarazioni del regista svizzero. Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. Questo signore ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti sono chiamati "scassapagliare". Delinquenti da tre soldi come se ne trovano su tutta la terra. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri, sono quelli che in questo momento stanno ai vertici della nazione. Bisogna chiarire questo equivoco di fondo: non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale… quella è piccola criminalità che credo esista in tutte le città italiane e europee. Il problema della mafia è molto più tragico e importante, è un problema di vertici della nazione che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l'Italia  »
(Giuseppe Fava in un'intervista concessa ad Enzo Biagi, poco prima di essere assassinato)

Il caso Giancarlo Siani Modifica

Giancarlo Siani era un giornalista campano, attivo nel periodico "Osservatorio sulla camorra", e successivamente nella redazione di Castellammare di Stabia del giornale Il Mattino di Napoli, che venne ucciso il 23 settembre del 1985 dalla camorra, dopo avere svolto una indagine accurata e coraggiosa sul boss Valentino Gionta, attivo principalmente nel contrabbando di sigarette.

Il caso Giuseppe Alfano Modifica

Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe Alfano (Barcellona Pozzo di Gotto, 1945) è stato un giornalista italiano, ucciso per mano della mafia la notte dell'8 gennaio del 1993 con tre proiettili (uno sparato in bocca) mentre era alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona in Sicilia. Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non concluso, che condannò un boss locale all'ergastolo per aver organizzato l'omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti.

L'Italia nei rapporti di Freedom House e di Reporters sans frontières Modifica

Vedi anche l'articolo "Libertà_di_stampa_(rapporto_Freedom_House)" sulla Wikipedia in italiano


L'Italia, dopo essere stata sempre indicata nell'annuale rapporto Freedom of the Press, dell'organizzazione americana Freedom House, come Free (ovvero libera per quanto riguarda la libertà di stampa), nel 2004 è stata invece considerata come un paese Partly Free (parzialmente libero) a causa di 20 anni di amministrazione politica fallimentare, della controversa legge Gasparri del 2003 e della capacità del primo ministro di influenzare il servizio di trasmissione pubblica RAI, un conflitto di interessi tra i più flagranti del mondo. La valutazione è la risultante numerica di vari aspetti della libertà di stampa, tra cui:

  • Ambito legale: 11 punti;
  • Influenze politiche: 13 punti
  • Pressioni dagli ambienti economici: 9 punti
  • PUNTEGGIO TOTALE: 33 Punti -> Paese parzialmente libero sotto il punto di vista della L.d.S.[4]

Nel rapporto del 2005 e del 2006 la libertà di stampa subisce un'ulteriore riduzione, con l'aumento delle influenze politiche da 11 a 13 punti e il totale da 33 a 35 punti[5] Nel 2007-2008 il valore di sintesi determinato dalla Freedom House è ritornato ad essere inferiore a 30, per la precisione 29, ma nel 2009 è aumentato di nuovo a 32, facendo cadere l'Italia nel gruppo dei paesi semi-liberi.

La libertà di parola e di stampa è garantita dalla costituzione. Nel luglio 2005 le camere votarono per l'abolizione della condanna a pene detentive in seguito al reato di libello, ma gli emendamenti non sono stati tramutati in leggi dello stato.

Alcuni politici hanno promosso alcune cause per diffamazione contro vari giornalisti nel 2004; nel mese di febbraio, il giornalista Massimiliano Melilli venne condannato a 18 mesi di prigione ed a una multa di 100.000 euro[6].

D'altra parte anche un politico, nello stesso anno, è stato arrestato per diffamazione a mezzo stampa: è il caso del senatore di Forza Italia Lino Jannuzzi, colpevole di aver pubblicato un articolo in cui sosteneva di un summit internazionale segreto con magistrati e politici per definire la strategia per arrestare Silvio Berlusconi. Jannuzzi, che ammise di essersi inventato tutto, venne condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione, salvo essere poi graziato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Nel luglio 2004, Francesco Cossiga, senatore a vita nonché giornalista di 76 anni, venne condannato agli arresti domiciliari, dopo una sentenza a 29 mesi di carcere per diffamazione.

La maggior parte delle agenzie di stampa, dei giornali e delle televisioni sono di proprietà privata, ma molto spesso questo proprietario è un partito politico oppure sono gestiti da grandi gruppi economici e finanziari che esercitano qualche tipo di influenza.

Nel dicembre 2004, i giornalisti del Corriere della Sera, protestarono per la crescente interferenza dell'editore e per le pressioni subite dagli azionisti di maggioranza. Il proprietario è il gruppo Rizzoli Corriere della Sera, posseduto da alcuni dei maggiori industriali italiani.

Secondo il rapporto 2008 di Reporters sans frontières (RSF), uno dei maggiori organismi internazionali per la difesa della libertà di stampa, l'Italia si pone al 44º posto (su 173) nel mondo. Sebbene in calo rispetto al 2007, quando occupava la 35a posizione, il Paese si pone ad un livello paragonabile a quello di altre democrazie occidentali come la Spagna (39a con un coefficiente di 8), la Francia (35a con 7,67) detentrice del record europeo degli interventi giudiziari e di polizia in materia di segreto delle fonti, con 5 perquisizioni e 4 convocazioni di giornalisti, gli Stati Uniti (al 41º posto) e Israele (a quota 46). Nonostante ciò, l'Italia è uno dei paesi europei più soggetti alla censura: molti sono i casi documentati.[7] Vi sono inoltre numerose proposte per regolamentare l'uso di Internet.[8][9] L'istituto di ricerca Freedom House ha indicato l'Italia come l'unica nazione dell'Unione Europea «parzialmente libera» (partly free)[10] nel periodo 2004-2006, tornando «libera»[11] nel periodo 2007-2008 e nuovamente «parzialmente libera»[12] dal 2009 al 2012[13] .

L'accentramento dei media da parte di Silvio Berlusconi Modifica

Le preoccupazioni sulla concentrazione dei mezzi informativi in Italia sono state un problema sin dalla elezione nel 1994 di Silvio Berlusconi. Diventava Presidente del consiglio l'uomo più ricco d'Italia, nonché un magnate dei media, che possiede tre reti televisive nazionali che ricevono la maggiore fetta (più del 60%) della pubblicità televisiva nazionale, nonché proprietario di riviste e giornali. Dopo le elezioni del 1994 (governa per sei mesi) del 2001 (governa per 5 anni) e dopo la caduta nel 2008 della maggioranza di centro-sinistra che sosteneva Romano Prodi e la schiacciante vittoria alle successive elezioni, la maggioranza da lui guidata si trova ripetutamente ad avere la maggioranza dei consiglieri RAI, eletti dalla Commissione parlamentare di Vigilanza.

L'Osservatorio di Pavia, un ente indipendente che analizza i media, calcolava che nel febbraio 2004, Berlusconi occupava il 42 % del tempo totale dedicato ai politici dalle varie televisioni.[14] Nello stesso anno si dimise dalla RAI il direttore Lucia Annunziata dopo le nuove nomine che a suo dire mancavano di pluralismo.

Nel luglio 2004 venne approvata la legge sul conflitto di interessi, per risolvere le contraddizioni tra la posizione di Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio e quella di proprietario dei media. Anche se la legge in teoria limita il controllo dei politici sulle loro proprietà, non fa loro divieto di possedere compagnie mediatiche (A differenza degli USA, dove il controllo dei media è interdetto ai politici e dove al Presidente si applica il "blind trust").

Legge Gasparri dell'aprile 2004 Modifica

Nell'aprile del 2004, il parlamento approvava una riforma delle leggi che regolamentano l'emittenza radiotelevisiva, nota come "legge Gasparri", che introduce alcuni cambiamenti come l'ingiunzione ad alcuni canali di passare alla diffusione per via digitale terrestre e la privatizzazione parziale della RAI. La legge venne rinviata alle Camera dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi, nel dicembre 2003.

Anche se successivamente la legge venne rivista con l'aggiunta di una clausola che limita il massimo introito che un singolo conglomerato dei media può guadagnare, essa escludeva i guadagni derivati dal possedere agenzie di raccolta pubblicitaria, case di produzione e distribuzione cinematografica oppure discografiche.

Secondo alcuni politici, come Antonio di Pietro[15] e comici come Beppe Grillo[16], la legge promossa da Maurizio Gasparri aumenta il controllo esercitato da Berlusconi sui mezzi informativi. La legge permette anche al canale Retequattro di continuare la diffusione per via analogica terrestre. Il decreto è in contrasto con una sentenza del 2002 della Corte costituzionale che imponeva a Retequattro di interrompere la diffusione soltanto analogica nel gennaio del 2004, in modo di liberare spazi alla concorrenza, sia sotto forma di frequenze terrestri che di quote di pubblicità.

L'Unione Europea, a luglio 2007, chiede all'Italia di modificare in molte parti la legge, pena una multa di 300-400 000 euro al giorno[17]. Il 31 gennaio del 2008, la Corte Europea di Giustizia emana una sentenza definitiva, che dichiara che lo status di assegnazione delle frequenze per la trasmissione radiotelevisiva è contrario al diritto comunitario, non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati.[18]

Nel 2008 il parlamento appena insediato tenta di approvare, all'interno del "provvedimento milleproroghe", un emendamento alla Gasparri stabilendo che chi ha il diritto di trasmettere continui l'attività "fino all'attuazione del piano di assegnazione delle frequenze Tv in tecnica digitale". Secondo tutte le opposizioni si tratta di una ennesima norma "salva Rete 4".[19] Dopo tali proteste viene ritirata la proposta di norma al Parlamento.

Sentenza della Corte Europea sul caso Europa 7 Modifica

Nel gennaio 2008, rispondendo a 10 domande poste dal Consiglio di Stato a proposito dell'irrisolta vicenda di Europa 7, la Corte Europea sancisce:

«  Article 49 EC and, from the date on which they became applicable, Article 9(1) of Directive 2002/21/EC of the European Parliament and of the Council of 7 March 2002 on a common regulatory framework for electronic communications networks and services (Framework Directive), Article 5(1), the second subparagraph of Article 5(2) and Article 7(3) of Directive 2002/20/EC of the European Parliament and of the Council of 7 March 2002 on the authorisation of electronic communications networks and services (Authorisation Directive), and Article 4 of Commission Directive 2002/77/EC of 16 September 2002 on competition in the markets for electronic communications networks and services must be interpreted as precluding, in television broadcasting matters, national legislation the application of which makes it impossible for an operator holding rights to broadcast in the absence of broadcasting radio frequencies granted on the basis of objective, transparent, non-discriminatory and proportionate criteria  »
( Judgment of the Court (Fourth Chamber) of 31 January 2008 (reference for a preliminary ruling from the Consiglio di Stato (Italy) - Centro Europa 7 Srl v Ministero delle Comunicazioni e Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Direzione Generale Autorizzazioni e Concessioni Ministero delle Comunicazioni (Case C-380/05 - Operative part of the judgment))
«  L'Articolo 49 della Comunità Europea, e dalla data in cui diventa applicabile, l'articolo 9(1) della Direttiva 2002/21/EC del Parlamento Europeo e del Concilio del 7 Marzo 2002, che stabiliscono un marco di regole comuni per le reti di comunicazioni elettroniche e servizi correlati (Framework Directive), Article 5(1), il secondo subparagrafo dell'Articolo 5(2) e l'Articolo 7(3) della Direttiva 2002/20/EC del Parlamento Europeo e del Concilio del 7 Marzo 2002 sull'autorizzazione delle "electronic communications networks and services" (Direttiva di Autorizzazione), e l'Articolo 4 della Commissione Direttiva 2002/77/EC del 16 settembre 2002 sulla concorrenza nei mercati per le reti di comunicazione elettronica e servizi, deve essere interpretata come precludente, nella materia della diffusione televisiva, ogni tipo di legislazione nazionale che tramite la sua applicazione renda impossibile a un operatore che detiene legittimi diritti di trasmissione, per l'assenza di frequenze di trasmissione radio-televisive, concesse in base a criteri oggettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati  »
( Giudizio della Corte (Quarta Camera) del 31 Gennaio 2008 (reference for a preliminary ruling from the Consiglio di Stato (Italy) - Centro Europa 7 Srl v Ministero delle Comunicazioni e Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Direzione Generale Autorizzazioni e Concessioni Ministero delle Comunicazioni (Caso C-380/05 - Parte operativa della sentenza))

Note Modifica

  1. La vicenda del Codice Rocco nell'Italia repubblicana. URL consultato in data 13-4-2010.
  2. Giovanni Guareschi, Chi sogna nuovi gerani, 1993, BUR
  3. Il figlio del giudice e due pistole per uccidere il giornalista curioso, in «Corriere della Sera». URL consultato in data 13-4-2010.
  4. Un valore inferiore o uguale a 30 indica un paese libero dal punto di vista della libertà di stampa; valori tra 31 e 60 indicano paesi parzialmente liberi; valori superiori a 60 indicano paesi non liberi dal punto di vista della libertà di stampa.
  5. (in inglese) Sito della Freedomhouse che studia la Libertà di Stampa nel Mondo (Italy is partly free). URL consultato in data 13-4-2010.
  6. Giornalista condannato ad un anno e mezzo di carcere senza condizionale, Serventi Longhi: “Pena eccessiva”. L'intervento di Reporter senza frontiere, in «FNSI». URL consultato in data 13-4-2010.
  7. Caso "Le iene". URL consultato in data 6-8-2009.
  8. DDL Carlucci, fuori gli anonimi dalla rete?. URL consultato in data 6-8-2009.
  9. Il governo contro Internet, in «La Repubblica». URL consultato in data 6-8-2009.
  10. Mappa sul livello della libertà di stampa nel mondo, dati del 2004. URL consultato in data 6-8-2009.
  11. Mappa sul livello della libertà di stampa nel mondo, dati del 2008. URL consultato in data 6-8-2009.
  12. Mappa sul livello della libertà di stampa nel mondo, dati del 2009. URL consultato in data 6-8-2009.
  13. Freedom of the Press, situazione italiana, scheda, dati del 2012. URL consultato in data 23-12-2012.
  14. Osservatoriodi Pavia - Media research, Analisi e Rilevazioni. URL consultato in data 13-4-2010.
  15. Openpolis: sito che riassume dichiarazioni dei parlamentari. URL consultato in data 13-4-2010.
  16. Torino, 40mila in piazza con Grillo. Il comico attacca Silvio Berlusconi, in «La Repubblica». URL consultato in data 13-4-2010.
  17. Resoconto della vicenda Europa 7, sul website dell'emittente. URL consultato in data 13-4-2010.
  18. Dipartimento Politiche comunitarie: secondo la corte dell'Unione Europea in Italia frequenze Tv contro il diritto comunitario. URL consultato in data 13-4-2010.
  19. Emendamento che "bypassa" la sentenza delle Corte Europea sulla Legge Gasparri. URL consultato in data 13-4-2010.

Bibliografia Modifica

In italianoModifica

  • Denis Mack Smith, Storia d'Italia, Roma-Bari, Editori Laterza, 2000. ISBN 88-420-6143-3
  • Curzio Maltese, Come ti sei ridotto. Modesta proposta di sopravvivenza al declino della nazione, Milano, Feltrinelli, 2006. ISBN 88-078-4068-5
  • Massimiliano Melilli, Europa in fondo a destra. Vecchi e nuovi fascismi, Roma, DeriveApprodi, 2003. ISBN 88-887-3801-0
  • Massimiliano Melilli, Scritture civili. Conversazioni sul nostro tempo, Verona, Editore Ombre Corte, 2006. ISBN 88-870-0988-0
  • Luciano Mirone, Gli insabbiati, storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall'indifferenza, Castelvecchi, 1999. ISBN 88-821-0116-9
  • Pietro Semeraro, L'esercizio di un diritto, Milano, Giuffrè, 2006. Template:NoISBN
  • AA.VV., Le mille balle blu, Milano, BUR Biblioteca universale Rizzoli, 2006. ISBN 88-170-0943-1
  • Roberto Rossi, Mani Roberta, Avamposto, Nella Calabria dei giornalisti infami, Venezia, Marsilio, 2010. ISBN 9788831706889

    In ingleseModifica

  • Christopher Duggan, Italy in the Cold War, BPOD editions, 1995. ISBN 18-597-3038-8

    Film/Documentari che trattano dell'omicidio di giornalistiModifica

    • Fortapàsc, film del 2008 diretto dal regista Marco Risi. Tema centrale l'uccisione di Giancarlo Siani.

    Voci correlate Modifica

    Collegamenti esterni Modifica

    Fonti Modifica

    Voce Libertà_di_stampa_nella_Repubblica_Italiani di Wikipedia in italiano (base per questa voce)
    


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