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L'abrina è una lectina contenuta nei semi dell'Abrus precatorius, pianta tipica delle zone tropicali appartenente alle Leguminosae.

Emoagglutinina estremamente tossica, l'abrina si trova in natura nei semi dell'Abro, che si presentano come delle bacche rotonde di colore rosso e nero[1]. Se ridotta in polvere, l'abrina assume colore giallognolo-biancastro. Si tratta di una sostanza chimicamente stabile, nel senso che resiste nell'ambiente per lungo tempo anche in condizioni climatiche ostili[2].

Studi e impiegoModifica

L'abrina venne sfruttata come antigene da Paul Ehrlich nei suoi studi di immunologia[3]. In seguito fu studiata in relazione al trattamento di alcune forme tumorali, per via della sua potente azione immuno-adiuvante e citotossica[4]. Quando è introdotta nell'organismo umano, infatti, l'abrina inibisce la sintesi proteica delle cellule, che in tal modo muoiono[2][5].

Veniva utilizzata in passato nel trattamento delle congiuntiviti come il tracoma, ma questo impiego venne abbandonato quando si scoprì che la sostanza provocava delle reazioni infiammatorie che sovente portavano il paziente alla perdita della vista.

Esposizione e sintomiModifica

L'esposizione accidentale all'abrina è estremamente difficile, mentre è possibile il suo impiego come veleno: l'individuo può infatti assumere la sostanza per inalazione, ingerimento, iniettamento o contatto cutaneo. Generalmente i sintomi si presentano entro otto ore dall'esposizione e possono perdurare da uno a tre giorni. I sintomi variano a seconda della modalità di assunzione[5]. Anche la dose letale per l'essere umano varia a seconda dell'assunzione: dai 10 ai 1000 microgrammi per kg quando ingerita e circa 3.3 microgrammi per kg quando inalata[1], mentre se assunta in vena ha una dose letale media pari a 0.7 microgrammi per kg[6] (risulta quindi circa trentuno volte più tossica della ricina).

InalazioneModifica

Se inalata i sintomi principali sono distress respiratorio, febbre, tosse e nausea; inoltre un'inalazione massiccia di abrina può dare luogo a edema polmonare, che comporta difficoltà respiratorie e colorazione bluastra della pelle. Si può diagnosticare tramite auscultazione con stetoscopio e RX toracica. La morte sopravviene per calo della pressione arteriosa ed insufficienza respiratoria[2][5].

IngestioneModifica

Se l'abrina viene ingerita, i sintomi principali saranno vomito e diarrea (anche con tracce di sangue), che portano ad un pesante stato di disidratazione e ad un abbassamento della pressione sanguigna. Altri sintomi evidenziabili nel quadro clinico comprendono allucinazioni, convulsioni e presenza di sangue nelle urine. Il decesso avviene per gravi danni al fegato, ai reni e alla milza, che cessano di funzionare regolarmente[2][5].

TrattamentoModifica

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Non esistendo antidoto all'abrina, in primo luogo andrebbe evitata l'esposizione alla sostanza. Nel caso in cui questa avvenga, si cerca di espellerla dall'organismo in tempi quanto più brevi possibili. La terapia varia a seconda delle modalità di assunzione, ma i trattamenti maggiormente utilizzati comprendono l'ausilio della funzionalità respiratoria, la somministrazione di fluidi per via endovenosa e la lavanda gastrica per mezzo di carbone attivo[2][5].

NoteModifica

  1. 1,0 1,1 (in inglese) Quantification of L-Abrine in Human and Rat Urine: A Biomarker for the Toxin Abrin. Journal of Analytical Toxicology, Vol. 33, March 2009. URL consultato in data 18 marzo 2015.
  2. 2,0 2,1 2,2 2,3 2,4 (in inglese) Facts About Abrin. Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie. URL consultato in data 18 marzo 2015.
  3. Additivi e tossici negli alimenti. URL consultato in data 18 marzo 2015.
  4. (in inglese) Induction of antitumor immunity by tumor cells treated with abrin.. PubMed. URL consultato in data 18 marzo 2015.
  5. 5,0 5,1 5,2 5,3 5,4 (in inglese) ABRIN : Biotoxin. Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie. URL consultato in data 18 marzo 2015.
  6. (in inglese) Bacterial toxins: a table of lethal amounts. Microbiological Reviews 46 (1): 86–94. URL consultato in data 18 marzo 2015.

Collegamenti esterniModifica

Fonti Modifica



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